Baby gang, baby bull*, big problem: i fatti dell’Ipercity visti dalle minoranze 

 Forse ad Albignasego va meno peggio che in altre cinture urbane e periferie d’Italia. Ma non si può essere rassicurati perché le persone coinvolte nei fatti dell’Ipercity “non sono residenti”; o “perché vengono da fuori” (come già in passato rispetto alle problematiche di sicurezza nei parchi). 

Non ci sentiamo neppure rassicurati dalle misure rappresentate (a cura dell’amministrazione o della scuola), che evidentemente faticano a intercettare queste problematiche, né dai palliativi che arrivano sempre dopo. La (mancata) integrazione per “italianità di seconda generazione” e il lock down non ci sembrano chiavi di lettura adeguate a comprendere quanto accaduto. 

Abbiamo molte domande e nessuna certezza, se non quella di rifiutare la narrazione che il problema non è nostro, e che va (quasi) tutto bene; né ci pare il caso di avallare l’idea che da sempre va così e che qualcuno dei protagonisti metterà la testa a posto, qualche altro finirà meno bene. 

Forse in Albignasego non c’è un tema di vere e proprie baby gang, ma nondimeno non possiamo nascondere come sia preoccupante l’esito del conflitto tra ragazzine, le vessazioni covate sotto la cenere da ottobre, e sfociate in una “retata” per regolare i conti, con tanto di pubblico. Che il “ring” sia Albignasego e che ci sia un “pubblico-branco” (a dar forza motivatrice? Tutti da fuori comune?), non può lasciare indifferenti. 

 Il problema c’è e va affrontato con coraggio, perché ci riguarda tutti, anzitutto come cittadini e genitori. Sono nostre figlie le vittime, ma anche i bulli, e i (molti) spettatori: quale sia il ruolo avuto, la questione va affrontata con loro, meglio se a viso aperto e non da dietro una tastiera. In molti lo avremo già fatto, sulla scia – anche emotiva- della cronaca locale, provando a parlare e tentando di insegnare cosa è bene e cosa è male, a dare loro qualche strumento per una valutazione critica o per il caso si trovino in situazioni analoghe. 

Come amministratori, invece, ferma la solidarietà per le vittime, abbiamo il difficile compito di non sottovalutare e non giustificare, ponderare e, se possibile, proporre soluzioni. 

In questo caso, tra i molti dubbi e le poche certezze, una proposta: torniamo al “poliziotto di quartiere”, un pubblico ufficiale impegnato nella realtà quotidiana per garantire sicurezza e tranquillità, che diventa una figura familiare cui rivolgersi per consigli e indicazioni, perché la sicurezza prende le mosse anzitutto dalla prevenzione (e non è solo sanzioni). Purtroppo, altrettanto certo è che la nostra Polizia Locale è drammaticamente sotto organico, con una quindicina di agenti per un bacino di 40.000 abitanti: basti pensare che, tolta la manciata di agenti in ufficio, restano una decina di agenti per l’attività esterna, da dividere su tre turni. Già gli agenti si fanno in quattro, con professionalità e dedizione, e non si può pretendere da loro l’impossibile. 

 Ed è qui che si gioca il ruolo della politica, nella scelta degli obiettivi da perseguire e delle misure da approntare, perché occorre fare di più per vittime, bulli, spettatori (e per le loro famiglie). Forse non bastano più “progetti-vetrina”, molto apprezzabili che però spesso scontano il limite di essere conosciuti e usufruiti da fasce già “ingaggiate” o socialmente sensibili. Forse il disagio va cercato e preso in cura là dove si radica. Sicuramente, il territorio va conosciuto e presidiato, ma per farlo servono fondi e scelte strutturali di fondo per l’investimento sul territorio stesso. Come minoranze siamo disponibili ad approfondire. 

Albignasego, 2 febbraio 2023 

Luisa Fantinato (ABC2030) – Andrea Canton e Riccardo Savio (PD) 

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